L’eruzione del Volcán de Fuego (Guatemala) del 3 giugno 2018: similitudini con i vulcani Italiani.

di Tomaso Esposti Ongaro

L’attività manifestata recentemente dal Volcán de Fuego in Guatemala, documentata da centinaia di immagini e video in internet, è stata caratterizzata da eventi esplosivi. L’evento di maggiore intensità è avvenuto il 3 giugno, ed ha emesso una densa nube di colore grigio scuro formata da gas e materiale piroclastico molto caldo (cenere, lapilli e scorie). Parte della cenere eruttata è risalita in atmosfera per alcuni chilometri e, trasportata dal vento, è ricaduta al suolo, determinando la chiusura temporanea dell’aeroporto della capitale Città del Guatemala e causando problemi di respirazione per la popolazione. Ma la devastazione maggiore è stata provocata dalle correnti piroclastiche che si sono generate nel corso dell’eruzione. Si è trattato di flussi caldissimi di gas, ceneri e frammenti di rocce che si sono propagati ad alta velocità lungo le pendici del vulcano, travolgendo alcune zone abitate. La situazione è stata ulteriormente aggravata dalle piogge intense: le ceneri ancora calde depositate dai flussi piroclastici sono state successivamente mobilizzate dalle acque piovane e superficiali, formando impetuosi e devastanti flussi di fango caldo, o lahar. La combinazione di questi due fenomeni pericolosi ha causato centinaia di vittime e feriti.

Corrente piroclastica al Volcan de Fuego, 3 giugno 2018
Figura 1 – Corrente piroclastica al Volcan de Fuego, 3 Giugno 2018 (fonte immagine: https://www.bbc.com/news/world-latin-america-44352604)
Lahar del Volcan de Fuego, Giugno 2018
Figura 2 – Flussi di fango (o lahar) originati dall’erosione, da parte delle acque piovane, della cenere vulcanica depositata dalle correnti piroclastiche (fonteimmagine: https://conred.gob.gt/site/Boletin-Informativo-1642018)

Come molti altri vulcani terrestri, il Volcán de Fuego alterna attività effusiva, in cui, cioè, il magma è eruttato sotto forma di colate di lava (in Italia sono tipiche all’Etna, ma sono ben documentate anche durante le eruzioni storiche del Vesuvio), ad attività mediamente esplosiva (con esplosioni sommitali come a Stromboli, o fontane di lava come all’Etna). In alcuni casi, però, l’attività esplosiva si può manifestare in modo più intenso, quando grandi quantità di magma vengono letteralmente “sbriciolate” dall’esplosione e ridotte in frammenti di dimensione inferiore al millimetro (cenere) o più grossolani (lapilli, pomici e scorie). Questo tipo di attività esplosiva ha caratterizzato molte eruzioni passate dei Campi Flegrei, di Ischia, dell’isola di Vulcano e, naturalmente, del Vesuvio: celebre è il caso dell’eruzione di Pompei del 79 d.C., un evento di dimensioni ben maggiori rispetto all’attuale eruzione del Volcán de Fuego, sia per intensità che per volume di magma eruttato.

Veduta del Vesuvio dal Golfo di Napoli
Figura 3 – Il Vesuvio è uno dei principali vulcani attivi Italiani, oggi quiescente. E’ monitorato 24 ore su 24 dall’Osservatorio Vesuviano dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (immagine: https://it.wikipedia.org/wiki/Vesuvio)

Questa variabilità nel tipo di attività è dovuta principalmente alla composizione chimica del magma eruttato ed alla presenza di grandi quantità di gas disciolti nel magma ad alta pressione che, liberati durante l’eruzione, possono provocarne l’esplosione. Sappiamo che magmi più viscosi (ovvero meno fluidi) e con contenuto maggiore di gas danno origine ad eruzioni più esplosive. La composizione dei magmi dipende dal contesto in cui il vulcano si genera e dalla forma, profondità e dimensioni del sistema di alimentazione del vulcano. Nel caso del Fuego, la composizione chimica dei magmi eruttati è tipica dei vulcani originati nelle zone di convergenza delle grandi placche tettoniche (in questo caso, la placca di Cocos e la placca Nordamericana), in condizioni profondamente diverse da quelle dei vulcani Italiani.

È ancora difficile ricostruire in modo rigoroso la dinamica degli eventi dell’eruzione del Volcán de Fuego, tuttora in corso, e soprattutto prevederne lo sviluppo futuro, data la scarsa disponibilità di dati scientifici e nell’emergenza della crisi umanitaria che ne è derivata. Tragedie come questa mettono tuttavia in evidenza la necessità di investire nelle attività di ricerca, monitoraggio e sorveglianza dei vulcani attivi, e di operare per la definizione dei piani di emergenza nei periodi di quiete, con accurate indagini geologiche, geofisiche e geochimiche, attraverso la simulazione al computer dei possibili scenari eruttivi e la valutazione della percezione del rischio vulcanico da parte della popolazione. Solo così è possibile dare un utile contributo alla riduzione del rischio vulcanico. In questo è quotidianamente impegnato l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, in stretta collaborazione con il Dipartimento di Protezione Civile e le autorità di protezione civile regionali e comunali, per tutti i vulcani attivi italiani.

Volcan de Fuego
Figura 4 – Anno 2012: il Team di ricercatori dell’ INGV effettua un monitoraggio della debole attività esplosiva del Volcan de Fuego (Guatemala).
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