Estate o autunno? La vera data dell’eruzione vesuviana del 79 d.C.

di Sandro de Vita e Giovanni P. Ricciardi

E’ di questi giorni la notizia del ritrovamento a Pompei di un’iscrizione che confermerebbe l’ipotesi, già da tempo formulata, che l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. sia avvenuta in autunno e non il 24 agosto, come riporterebbe invece la famosa lettera di Plinio il Giovane a Tacito (figura 1).

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Figura 1 – L’ iscrizione ritrovata a Pompei. (http://www.pompeiisites.org/Sezione.jsp?titolo=L%27iscrizione%20e%20la%20data%20dell%27eruzione&idSezione=7787)

L’iscrizione, vergata con un carboncino sulla parete di una casa in cui erano in corso lavori di restauro, riporta queste testuali parole: “XVI K Nov in[d]ulsit pro masumis esurit[ioni]”, che tradotto in italiano significa: “Il sedicesimo giorno prima delle calende di novembre, egli indulse al cibo in modo smodato”.

Il sedicesimo giorno prima delle calende di novembre, secondo il modo in cui si indicavano i giorni nell’antica Roma, corrisponde al 17 di ottobre. L’ovvia implicazione di questo ritrovamento è che, se questa frase è stata scritta il 17 ottobre, l’eruzione non può essere avvenuta ad agosto.

Naturalmente c’è chi avanza il sospetto che la scritta in questione possa risalire all’anno precedente e allora, giacché non è dimostrabile in modo incontrovertibile che l’anno dell’iscrizione sia proprio il 79 d.C., l’incertezza sulla data precisa dell’eruzione resta. Tuttavia si possono prendere in considerazione alcuni elementi aggiuntivi, alcuni indizi per così dire, che fanno propendere per una maggiore probabilità che l’evento sia accaduto in autunno.

Il primo elemento da valutare è la fonte da cui è stata ricavata la data del 24 agosto: la prima lettera di Plinio il Giovane. Documento sicuramente attendibile, si dirà, in quanto scritto da un testimone diretto degli eventi. Certo, se non che, purtroppo, non disponiamo dell’originale scritto di Plinio ma solo di alcune trascrizioni di epoca medievale. Di queste, una in particolare, opera di un monaco del IX secolo, riporta la data del 24 agosto (nonum Kal. Septembres, il nono giorno prima delle calende di settembre).

Già nel II-III secolo d.C. però, uno scritto dello storico Dione Cassio sembra indicare un periodo diverso per l’eruzione, che egli porrebbe nella seconda parte dell’autunno del primo anno dell’impero di Tito (79 d.C.), dopo la sua quindicesima acclamazione. Questo è un dettaglio molto importante poiché ci riporta ad un avvenimento che può essere considerato una prova inconfutabile del fatto che l’eruzione non sia avvenuta il 24 agosto: il ritrovamento di una moneta, un denario d’argento che reca appunto l’immagine dell’imperatore Tito con la dicitura XV Imp (figura 2). Ora poiché questa acclamazione sarebbe avvenuta dopo il 7 o l’8 di settembre, date che, come dimostrato da altre iscrizioni, riportano alla quattordicesima acclamazione, l’eruzione deve necessariamente essere successiva al mese di agosto.

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Figura 2 – Denario d’argento di Tito imperatore. Testo: “Imperatore Tito Cesare Vespasiano Augusto Pontefice Massimo; Nona volta con la Tribunicia Potestà, Imperatore per la Quindicesima, Console per la Settima, Padre della Patria” (Immagini da: a sinistra l’originale – Museo Nazionale di Napoli, Medagliere, Vetrine Napoli, Sala III, Vetrina I, inv.14312/176; a destra moneta lucidata da collezione – Wikipedia; Classical Numismatic Group, Inc. http://www.cngcoins.com; traduzione di Grete Stefani, 2006)

Altre trascrizioni della lettera di Plinio il Giovane, come quella del Codex venetus tradotta da Pier Alessandro Paravia nel 1827, riportano la data del 1° novembre (Kal. Novembr.); altre ancora riportano invece la data del 24 ottobre (nonum Kal. Novembres). Anche Giulio Cesare Braccini, nel 1632, riporta quanto scritto da un commentatore di una trascrizione della lettera che, ritenendo errore di stampa la dicitura “Non. Kal. Sept.”, scrive che andrebbe riportata come “Kal. Novembr.

La data del 24 agosto, allora, sarebbe un errore nel codice Laurentianus Mediceus, ad oggi il più antico (IX secolo) ma non per questo il più attendibile. Un’ipotesi plausibile per giustificare la scelta di questa data potrebbe essere quella di una retrodatazione simbolica, avvenuta durante il Medioevo ad opera di alcuni cronisti monasteriali e dotti, interessati a raccontare di eventi eruttivi come supporto religioso o politico. In epoca medievale era pratica comune datare gli eventi a proprio piacimento, modificandone sia l’inizio che la durata in modo da farli coincidere con il fenomeno eclatante (mirabilia), oggetto della narrazione agiografica. A titolo di esempio, basta ricordare l’adattamento medievale della data del Natale di Gesù, spostata al 25 dicembre per farla coincidere con il solstizio d’inverno e per sovrapporla al culto del dio Mitra.

Il 24 agosto i Romani festeggiavano i Vulcanalia e l’uscita delle anime dall’oltretomba attraverso il “mundus”, una sorta di profonda e vasta fossa nel centro della città, che rappresentava un punto di collegamento fra gli Inferi e il mondo dei vivi.  La fondazione di una città, o di qualsiasi colonia romana comportava una particolare azione rituale: l’escavazione del mundus, che veniva poi coperto con una  pietra di chiusura, detta “lapis manalis”. Il 24 agosto di ogni anno, il lapis manalis veniva aperto e si compiva il rituale del “mundus patet” (il mundus è aperto), durante il quale si aprivano le porte degli Inferi e le anime dei defunti potevano ritornare nel mondo dei vivi e aggirarsi a loro piacimento per la città. Dopo tre giorni il lapis manalis veniva richiuso e tutto ritornava alla normalità. La data del 24 agosto, quindi, enfatizza la convinzione medievale che un’eruzione vulcanica apra la porta dell’Inferno. Quale data migliore del giorno del “mundus patet” dell’antico rituale etrusco-romano dei Vulcanalia, per aprire il cratere del Vesuvio, considerato il “fumaiolo dell’Inferno” per tutto il Medioevo?

Ecco che già con questi elementi è possibile stabilire ormai in modo definitivo che la data dell’eruzione non può essere il 24 agosto ma deve essere circoscritta in un intervallo che va dal 7/8 settembre (data del denario d’argento con la quindicesima acclamazione di Tito) al 1° novembre (data più recente tra quelle che derivano dalle varie trascrizioni della lettera di Plinio). Se a tutto ciò aggiungiamo il ritrovamento di frutti tipicamente autunnali, quali fichi secchi, noci, castagne e melograni; se aggiungiamo che il vino era già stato sigillato nei dolia (i grandi contenitori di terracotta ritrovati in molte case pompeiane; figura 3); e se aggiungiamo ancora che molte delle vittime ritrovate indossavano abiti pesanti e che in molte case erano già presenti i bracieri per riscaldare gli ambienti, allora ne deriva che si era in autunno ormai avanzato e pertanto la data più probabile deve essere compresa tra il 24 ottobre e il 1° novembre.

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Figura 3 – Il vino rimaneva sigillato nei dolia fino a raggiunta maturazione. Successivamente veniva immesso alla vendita in città dopo un’altra festa (le Vinalia priora), che si celebrava il 23 Aprile. Villa della Pisanella, Boscoreale (Immagine da Grete Stefani, 2006)

In conclusione, è possibile, anzi fortemente probabile, che l’iscrizione ritrovata a Pompei sia stata scritta proprio in quell’anno 79 d.C., pochi giorni prima della terribile eruzione.

Per un approfondimento si veda il post di Giovanni P. Ricciardi al seguente link: https://www.facebook.com/100002979107854/posts/1696241897151764/


Fonti:
http://www.pompeiisites.org
Carlo Avvisati – Il Mattino, Giovedì 18 ottobre 2018
Giulio Cesare Braccini – Dell’incendio fattosi nel Vesuvio a XVI di Dicembre MDCXXXI, Napoli, Secondino Roncagliolo, 1632.
Giovanni Pasquale Ricciardi – Diario del Monte Vesuvio. Edizioni Scientifiche e Artistiche, 2009
Grete Stefani – La vera data dell’eruzione, in “Archeo” n. 10 (260), ottobre 2006, pagg. 10-13.
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