Krakatau e Stromboli: esempi di maremoti di origine vulcanica

di Alessandro Fornaciai

Sabato 22 dicembre, alle 21.30 ora locale, un devastante maremoto ha colpito la costa occidentale attorno allo Stretto della Sonda, in Indonesia, tra le isole di Giava e Sumatra, interessando in particolare le regioni di Banten e Lampung (figura 1). Le onde di maremoto, alte fino a venti metri, hanno causato oltre 400 vittime e circa 1400 feriti, numeri comunque destinati ad aumentare in quanto i soccorritori non sono ancora riusciti a raggiungere tutte le zone colpite. Lo tsunami ha distrutto edifici, spazzato via auto e sradicato alberi. Appare ormai quasi certo che il maremoto sia stato innescato da una serie di frane che hanno interessato i fianchi del vulcano Anak Krakatau, posto al centro dello Stretto della Sonda a circa 50 km da Giava, emerso dal mare circa un secolo fa e attualmente in attività. In particolare, le prime immagini aeree e da satellite rivelano il collasso di un vasto settore del fianco sud-ovest del vulcano, che si presume abbia innescato il maremoto (figura 2).

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Figura 1 – Mappa dello Stretto della Sonda, che mostra la posizione del vulcano Anak Krakatau e delle aree maggiormente colpite dalle onde dello tsunami del 22 dicembre 2018.
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Figura 2 – immagine del vulcano Anak Krakatau prima e dopo lo tsunami del 22 dicembre 2018. Con la linea rossa si evidenzia il settore collassato dell’edificio vulcanico. Immagine tratta da Sentinel Hub/Copernicus ESA e modificata da Alessandro Fornaciai.

Il maremoto (o tsunami) è un moto ondoso anomalo prodotto dal rapido spostamento di una grande massa d’acqua. I maremoti possono essere estremamente pericolosi e distruttivi per le zone costiere, spesso densamente popolate e luogo dove si concentrano molte attività produttive, incluse quelle legate al turismo.

Gli tsunami possono essere generati da quattro meccanismi, elencati di seguito in ordine di frequenza: 1) l’attività sismo-tettonica; 2) i processi di instabilità di versante che innescano frane sottomarine o subaeree; 3) le eruzioni vulcaniche e 4) meteoriti che cadono in uno specchio d’acqua. In particolare, gli tsunami provocati da fenomeni franosi presentano caratteristiche estremamente variabili, a causa dei diversi meccanismi di innesco e di scorrimento.

Alcuni dei parametri che influenzano la formazione di un’onda di tsunami sono, ad esempio, il volume del materiale franato, la natura del meccanismo di rottura, l’accelerazione iniziale e la velocità massima della frana. Lo studio di questo tipo di maremoti presenta una notevole incertezza per la complessità dell’origine del fenomeno, per la scarsità di osservazioni dirette e dati post evento.

Anche i territori che si affacciano sul Mar Mediterraneo, e in particolare l’Italia, non sono esenti dal rischio associato a onde di maremoto innescate da frane o collassi di versante di vulcani attivi.

Il 30 dicembre 2002 l’isola di Stromboli, nel corso delle prime fasi di una eruzione effusiva, fu interessata da due grandi frane, una sottomarina e l’altra subaerea, lungo la Sciara del Fuoco, il settore più instabile del vulcano. Le frane innescarono uno tsunami in grado di causare danni rilevanti agli edifici della costa orientale dell’isola fino a una quota di 10 metri sopra il livello del mare e danni in altre isole dell’Arco Vulcanico Eoliano (figure 3 e 4). Il maremoto fu osservato fin sulle coste della Sicilia settentrionale, della Calabria occidentale e della Campania. In quella occasione le stazioni sismiche della rete permanente dell’INGV-Osservatorio Etneo non registrarono nessun segnale precursore, ma permisero di determinare l’orario per il primo evento franoso (sottomarino) alle 13:14:05 ora locale e per il secondo (subaereo) alle 13:22:38 ora locale. E’ stato stimato che il volume di materiale di origine vulcanica franato in mare sia stato fra i 20 e i 30 milioni di metri cubi.

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Figura 3 – Onda del maremoto del 2002 al largo dell’isola di Stromboli. Fotografia di Gianfranco Cincotta.
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Figura 4 – Immagine scattata dopo lo tsunami del 2002 a Stromboli che mostra i danni causati agli abitati ubicati lungo la costa.

Negli ultimi 120 anni nell’isola di Stromboli sono stati documentati almeno sette tsunami generati da eventi franosi che hanno interessato porzioni più o meno ampie della Sciara del Fuoco.

Il complesso sistema di frane del 2002 a Stromboli e il maremoto che ne è seguito hanno accresciuto la consapevolezza che tsunami distruttivi generati da eruzioni sottomarine e fenomeni franosi costituiscono un pericolo concreto sulle coste che si affacciano sul Tirreno meridionale, coste che risultano particolarmente vulnerabili data l’alta densità di popolazione, l’elevato numero di infrastrutture presenti e la forte vocazione turistica. Per fronteggiare questo tipo di eventi, attualmente, l’isola di Stromboli è dotata di un sistema di allertamento per maremoto basato sia sul monitoraggio dello stato dell’attività vulcanica sia sull’utilizzo di due boe, installate ai lati della Sciara del Fuoco, a cui è affidato il compito di individuare in tempo reale le onde di tsunami e quindi trasmettere l’informazione a un sistema di allertamento acustico.

La valutazione della pericolosità di un’onda di maremoto conseguente all’attività vulcanica risulta essere cruciale sia nel Tirreno centro-meridionale, dove si concentrano numerosi vulcani attivi quali, ad esempio, Ischia, Stromboli, Vulcano, Palinuro e il Marsili, sia nel Canale di Sicilia, dove sono presenti molti vulcani sottomarini attivi e a bassa profondità, come il Banco Graham (ex Isola Ferdinandea).

Hanno collaborato: Massimo Pompilio, Augusto Neri, Mattia de’ Michieli Vitturi, Piergiorgio Scarlato, Maddalena De Lucia, Marco Neri, Francesca Bianco, Boris Behncke.

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