Giuseppe Mercalli e l’eruzione del Vesuvio del 1906

di Maddalena De Lucia e Giovanni Pasquale Ricciardi

Premessa

Il Vesuvio entrò in eruzione il 4 aprile 1906. L’articolo che segue è stato scritto nel 2014 ed è tratto dalla Miscellanea INGV n.24, che raccoglie i contributi realizzati per la celebrazione del centenario della morte di Giuseppe Mercalli.

Introduzione

L’eruzione del Vesuvio del 1906 fu la più importante del XX secolo. Colate di lava e forti fasi esplosive si avvicendarono portando distruzione e morte in ampi settori dell’area vesuviana.

Nel 1906 l’illustre sismologo e vulcanologo Giuseppe Mercalli risiedeva a Napoli dove era docente di Scienze Naturali presso il Liceo Vittorio Emanuele II. Seguiva quotidianamente, con indagini sul campo, l’attività vulcanica del Vesuvio, e ne riportava le osservazioni nelle Notizie Vesuviane, e in articoli periodici pubblicati nel Bollettino della Società Sismologica Italiana.

La descrizione dell’eruzione del 1906 fu oggetto di due presentazioni dello scienziato presso l’Accademia dei Lincei, il 20 maggio e il 20 luglio dello stesso anno [Mercalli, 1906]. Per Mercalli l’eruzione poteva essere considerata “la crisi finale d’un afflusso lavico sub terminale cominciato la sera del 27 maggio 1905” [Mercalli, 1906] e continuato per circa dieci mesi.

Nei giorni immediatamente precedenti l’evento l’attività stromboliana era stata particolarmente forte, la risalita di magma talmente copiosa da raggiungere l’interno del cratere, nonostante la bocca di efflusso laterale fosse posta a quota inferiore. Questi elementi facevano pensare all’imminenza di un’eruzione molto vigorosa. Una nuova bocca si aprì infatti il 4 aprile. Quel giorno Mercalli si recò sulla cima del vulcano per osservare i fenomeni in atto, che manifestavano un’intensità crescente, e si accorse che nel corso della giornata la frattura andava estendendosi (fig. 1).

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Figura 1 – Giuseppe Mercalli e altri studiosi effettuano un’escursione scientifica sulla frattura eruttiva del 4 aprile 1906, alcuni mesi dopo la fine dell’eruzione. Archivio fotografico storico Osservatorio Vesuviano.

Con meticolosità e accuratezza, per tutta la durata dell’eruzione, lo studioso continuò a osservare e annotare ciò che stava accadendo (aperture di altre fratture eruttive, incremento dell’energia delle esplosioni, distribuzione dei depositi piroclastici, variazione della morfologia dell’edificio vulcanico, velocità di scorrimento delle lave, caratterizzazione chimica e mineralogica delle lave e dei prodotti piroclastici). Interessante è il tentativo di elaborare, in analogia con la sua scala di intensità dei terremoti, una scala delle intensità eruttive, suddivisa in dieci gradi, con la quale rappresentò l’andamento dell’eruzione (fig. 2). Tuttavia questo tipo di analisi non fu ulteriormente sviluppato, anche perché il Vesuvio, poco dopo, entrò in un lungo periodo di riposo.

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Figura 2 – Cronogramma dell’intensità eruttiva durante l’eruzione del 1906. L’intensità massima (10) è raggiunta il giorno 8 aprile. Archivio storico Osservatorio Vesuviano.

Il 7 aprile, allarmato dai forti boati avvertiti fino a Napoli, Mercalli si recò a Boscotrecase e da qui osservò il parossismo in corso. Egli riteneva che l’alimentazione contemporanea di più bocche poste a quote diverse indicasse una risalita rapida del magma nel condotto centrale, che si sarebbe manifestata con fenomeni ancora più imponenti. Nella notte tra il 7 e l’8 aprile si verificò infatti lo sprofondamento della piattaforma craterica e l’inizio della fase vulcaniana dell’eruzione. Si era al culmine dell’evento, con esplosioni laterali, copiose ricadute di frammenti piroclastici, anche di grandi dimensioni, a Ottaviano e S. Giuseppe Vesuviano (fig. 3). Fu in quest’ultima località che morirono, per il crollo di una chiesa a causa dell’accumulo dei frammenti, novantaquattro delle duecentoventisei vittime dell’eruzione [Comitato Centrale di Soccorso, 1908].

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Figura 3 – Grosso blocco eruttato durante la fase parossistica dell’eruzione del 1906. Archivio fotografico storico Osservatorio Vesuviano.

Nei giorni successivi Mercalli tornò più volte nell’area vesuviana, senza trascurare di rilevare anche quanto accadeva a Napoli. Il 9 aprile ipotizzò che la fase parossistica dell’eruzione fosse ormai conclusa, fatto che venne confermato dal progressivo decremento dell’attività. Per Mercalli il Vesuvio sarebbe entrato in una fase di quiescenza, determinata dall’ostruzione del condottoa seguito dell’abbassamento della colonna lavica e al conseguente collasso delle pareti” [Mercalli, 1906]. La fine dell’eruzione non significava tuttavia che il pericolo fosse ormai scampato: lo scienziato mise in guardia autorità e cittadini dai rischi derivanti dai temporali che, impregnando le ceneri vulcaniche appena deposte, avrebbero innescato “impetuosi torrenti di fango e di massi, che generano talvolta danni più gravi che le lave di fuoco” [Mercalli, 1906]. Quanto era stato ipotizzato si verificò effettivamente, nei giorni 27-28 aprile e 17-18 maggio.

Mercalli, nel riferire quanto stava accadendo all’Osservatorio Vesuviano, fece raramente riferimento al suo direttore, Raffaele Matteucci, peraltro senza mai nominarlo [Mercalli, 1906]. Al contrario, riportò frequentemente le osservazioni di conoscenti o amici. Questo testimonia l’antico astio tra i due scienziati, originato a seguito delle varie dispute scientifiche sull’origine di alcuni fenomeni vulcanici e del concorso per la nomina a direttore dell’Osservatorio Vesuviano, svoltosi nel 1902 e vinto da Matteucci [Malladra, 1914].

Cronaca dell’eruzione

4 – 5 aprile

Il 4 aprile si aprì una frattura sul fianco sud orientale del vulcano e cominciò a scorrere lava verso Boscotrecase. Nel cratere centrale franò il conetto interno e aumentarono le esplosioni. Una sottile coltre di cenere cadde sui paesi della costa.

“Poco dopo mezzogiorno, mentre io mi trovavo presso questa bocca nuova, … un fatto mi impressionava, ed era che io sentivo, a brevi intervalli, sussultare fortemente il suolo sotto i miei piedi. … Fu allora che la guida che mi accompagnava, ripeteva con insistenza: ‘Professore, andiamo – che il Vesuvio è brutto oggi’.” [Mercalli, 1906].

Nella notte tra il 4 e 5 aprile le esplosioni e i boati aumentarono d’intensità; si aprì una nuova frattura, a valle della precedente. Dalla nube eruttiva che si ergeva alta sul vulcano cadde cenere su Napoli.

“La città, fino a mezzogiorno, è stata all’ombra del gigantesco nuvolone che, partendo dal cono, si allargava a ventaglio nel cielo torbido, e tutti i passanti, e le vetture, e i fanali, erano incipriati dalla bizzarra polvere grigiastra.” [Il Giorno, 6 aprile 1906].

5 – 6 aprile

L’attività esplosiva aumentò d’intensità. Le lave si dirigevano verso Boscotrecase, distruggendo casali e vigneti. Si organizzarono processioni religiose per invocare l’arresto della lava, molti abbandonarono le proprie case.

“A un tratto, sotto la pioggia greve, … E’ la S. Anna dell’Oratorio di Boscotrecase che torna dallo scongiuro alla lava. Una turba di donne oranti la segue intonando con voce di pianto le litanie.” [Il Mattino, 7-8 aprile 1906].

La sera del 7 aprile cominciò una vigorosa fase eruttiva al cratere centrale. Fontane di lava si sollevarono fino a due chilometri. Le colate raggiunsero il quartiere S. Anna a Boscotrecase, e proseguirono verso Torre Annunziata. Nella notte tra il 7 e l’8 aprile due forti terremoti, accompagnati da boati simili a detonazioni, annunciarono il crollo della parte superiore del condotto eruttivo.

“Allora cominciò la lotta titanica tra il materiale solido, che continuava a franare, e la forza elastica delle correnti gassose, che lo ricacciavano fuori, insieme a pochi brani di lava fluida, proiettandolo ad altezze vertiginose.” [Mercalli, 1906].

8 aprile

Le colate laviche si arrestarono poco prima di Torre Annunziata, ma l’eruzione era al culmine (fig. 4). Sul Vesuvio si elevava una nube piroclastica nerastra, alta oltre dieci chilometri, da cui cadeva cenere su Ottaviano, S. Giuseppe Vesuviano, Somma Vesuviana, Terzigno, raggiungendo spessori di circa un metro. Crollarono le case per l’accumulo delle ceneri sui tetti. Scosse sismiche, boati e tremori proseguirono per tutto il giorno. La popolazione, terrorizzata, si rifugiò nelle chiese per trovare conforto, ma fu la chiesa di S. Giuseppe Vesuviano a crollare, provocando novantaquattro vittime. Molti fuggirono.

“Si dice che la storia è la maestra della vita; eppure queste storie … pare che nulla avessero insegnato. Speriamo che almeno ora ne traggano  qualche utile ammonimento…” [Mercalli, 1906].

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Figura 4 – L’Osservatorio Vesuviano durante la fase parossistica dell’eruzione del 1906. Archivio fotografico storico Osservatorio Vesuviano.

9 aprile

Una nube densa di cenere si riversò su Portici e Resina. Sul fianco del vulcano si formarono valanghe incandescenti di detriti. Intanto il direttore dell’Osservatorio Vesuviano, Raffaele Vittorio Matteucci, dal Vesuvio inviava telegrammi più volte al giorno per informare le autorità, la stampa e la popolazione degli eventi in corso.

“I telegrammi quotidiani venivano stampati come manifesti e prontamente affissi a Napoli e in tutte le città vesuviane, e si può ben immaginare l’effetto tranquillizzante di resoconti attendibili dal fronte dell’eruzione.” [Perret, 1924].

La solidarietà popolare si organizzò prontamente; quella statale, con qualche difficoltà. Al termine dell’eruzione la cifra raccolta fu di tre milioni di lire.

10 – 11 aprile

La pioggia di ceneri proseguiva nella zona costiera e interessò anche Napoli, provocando il crollo della tettoia del mercato di Monteoliveto e undici vittime (fig. 5). Fu interrotta la circolazione dei treni. I soccorsi tardavano ad arrivare e furono insufficienti.

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Figura 5 – Pagina del quotidiano napoletano Il Mattino del giorno 11-12 aprile 1906 con articolo sul crollo della tettoia del mercato di Monteoliveto a Napoli.

“Arriva un battaglione di soldati perché lo sgombero delle macerie sia più rapido … il popolo comincia a ribellarsi e a tumultuare.” [La Tribuna, 11 aprile 1906].

Tuttavia, l’11 aprile la fase parossistica dell’eruzione era ormai terminata. Il materiale franato all’interno del cratere aveva parzialmente ostruito il condotto.

12 – 16 aprile

La pioggia di cenere continuava a tratti, con scosse sismiche anche forti. Il cono vulcanico aveva cambiato aspetto: la sua altezza si era ridotta di duecento metri. Il re, Vittorio Emanuele III, e la regina visitarono i luoghi del disastro. Il Governo nominò il Comitato Centrale di Soccorso per coordinare gli interventi, raccogliere donazioni, distribuire sussidi. In poco tempo si realizzarono ricoveri per gli sfollati, si liberarono le strade dalle macerie e dalla cenere, si progettarono successivi provvedimenti come le bonifiche dei versanti e la costruzione di baracche per i senzatetto.

Il 14 aprile uno sciame sismico generò forte inquietudine nella popolazione. La cenere cadeva ancora sui versanti orientali del vulcano. Mercalli avvisò i napoletani del cessato pericolo, ma allo stesso tempo avvertì le autorità e i cittadini vesuviani della concreta possibilità che si formassero colate di fango in seguito ad acquazzoni, perché si prendessero gli opportuni provvedimenti.

“Molti danni hanno cagionato questi torrenti di fango nei tempi passati; quindi non vi è da aspettare per correre agli opportuni ripari.” [La Tribuna, 13 aprile 1906].

17 – 30 aprile

Le emissioni di cenere dal cratere diminuirono di intensità e frequenza, come le scosse sismiche. Si contavano i danni e proseguivano le operazioni di ripristino del territorio. Il 24 aprile l’eruzione era finita. I fianchi occidentali e settentrionali del vulcano apparivano solcati da profondi valloni, incisi nei depositi piroclastici. I forti temporali dei giorni successivi innescarono le temute colate di fango, che distrussero strade, ponti e abitazioni.

Dopo l’eruzione

Il bilancio ufficiale delle vittime fu di 226 morti, ma quello reale fu certamente più alto perché molti corpi non furono ritrovati. L’effetto dell’eruzione sul tessuto sociale ed economico fu devastante, per la distruzione di oltre 240.000 ettari di terreni coltivati, case e infrastrutture (figg. 6, 7, 8).

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Figure 6, 7 e 8 – Giuseppe Mercalli con altri studiosi effettuano sopralluoghi sulle lave dell’eruzione del 1906. Nella foto centrale è in prossimità di una casa distrutta, nella foto in basso in prossimità dei binari distrutti della funicolare. Archivio fotografico storico Osservatorio Vesuviano.

L’eruzione vesuviana del 1906 fu anche una delle più studiate: furono molti e anche di studiosi stranieri i resoconti scientifici sull’evento. Tuttavia, gli scienziati coinvolti in prima persona furono Giuseppe Mercalli e Raffaele Matteucci. Non vi fu collaborazione tra i due ma neppure tra loro e le autorità. Mercalli, molto noto, fu intervistato da parecchie testate giornalistiche, come Il Giorno, di Matilde Serao, e, con lucide previsioni sull’andamento dell’evento, contribuì a diminuire il panico nella popolazione, e a prevenire ulteriori danni.

Raffaele Matteucci, come direttore dell’Osservatorio Vesuviano, ebbe le maggiori responsabilità. Fu costantemente presente in sede, insieme al suo collaboratore Frank Perret e pochi carabinieri, nonostante il pericolo e il disagio. Per il suo coraggio e per la costante opera di informazione alle autorità dei fenomeni in atto, mediante bollettini che inviava con il telegrafo più volte al giorno, fu considerato un eroe popolare, ricevendo anche una medaglia d’oro al valor civile. Nonostante ciò, non riuscì a ottenere i finanziamenti richiesti per migliorare lo stato e la strumentazione della struttura da lui diretta.

Dopo l’eruzione il Vesuvio entrò in una fase di riposo che durò circa sette anni. Durante questo periodo si verificarono comunque forti terremoti e variazioni significative della temperatura delle fumarole, come quella registrata tra marzo e settembre 1908, da 344°C a 435°C. [Mercalli, 1908]

In quel periodo il fenomeno geologico più interessante per Mercalli erano le frequenti frane interne al cratere, spesso accompagnate da boati. Ciò che allarmava maggiormente la popolazione dell’area vesuviana erano invece i “torrenti di fango”, che avevano origine ogni volta che forti piogge smuovevano i prodotti vulcanici sciolti depositati sui pendii del Gran Cono. Nei mesi successivi all’eruzione le colate di fango si riversarono in più occasioni: nell’autunno 1906, nei mesi di gennaio e ottobre 1907, ad aprile e ottobre del 1908, causando, oltre ai danni agli abitati, alle strade e alle coltivazioni, anche numerose perdite umane.

Mercalli non si limitò a osservare e studiare, individuandone l’origine, questi fenomeni, ma suggerì anche delle possibili soluzioni per mitigarne il rischio. Evidenziò che le briglie e le dighe costruite allo scopo di trattenere il materiale più grosso portato dalle colate di fango riuscivano soltanto a ritardarne gli effetti. Una volta colmate, infatti, il materiale raccolto si sarebbe successivamente riversato, a seguito della rottura per eccessiva pressione. Fu ciò che accadde il 24 ottobre 1908 (fig. 9).

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Figura 9 – Gli effetti del nubifragio del 24 ottobre 1908 a Portici. Le strade furono ricoperte da detriti vulcanici, depositati da colate di fango spesse oltre un metro. Archivio storico Osservatorio Vesuviano e Ricciardi, 2009, Diario del Monte Vesuvio.

Egli ribadì inoltre che queste forme di contenimento non erano solo inutili, ma anche dannose, in quanto alteravano la circolazione idrica superficiale, deviando le acque dagli alvei naturali e provocandone la dispersione su aree più estese. A suo parere, si sarebbero dovute irreggimentare a monte le acque in modo da costringerle nei loro assi di scorrimento naturali, opportunamente ripristinati. Lo scienziato criticò duramente l’operato del Genio Civile, che aveva proceduto imbrigliando le acque a valle, augurandosi che “le future alluvioni mi diano torto, perché quelle passate mi danno, purtroppo, cento ragioni” [Mercalli, 1908].

Mercalli deplorò anche la mancanza di iniziative da parte delle autorità per mettere in sicurezza la popolazione dal pericolo delle mofete, diffuse emissioni di anidride carbonica. Anche in questo caso i suoi avvertimenti furono inascoltati, e alcune persone morirono asfissiate in luoghi bassi o scantinati.


Bibliografia
Comitato Centrale di Soccorso (1908). Eruzione vesuviana del 1906. Relazione del Comitato Centrale di Soccorso, Stabilimento Tipografico Vesuviano E. Della Torre, Portici, 80 pp.
Malladra, A. (1914). L’attività scientifica di Giuseppe Mercalli, Rassegna Nazionale, 200, pp. 42-63, Firenze.
Mercalli, G. (1906) La grande eruzione vesuviana cominciata il 4 aprile 1906, Memorie della Pontificia Accademia dei Nuovi Lincei, vol. XXIV, 308–338.
Mercalli, G. (1908) Il Vesuvio dopo l’eruzione del 1906, Natura ed Arte vol. XVIII.
Perret, F.A. (1924). The Vesuvius Eruption of 1906. Study of a Volcanic Cycle, Carnegie Institution of Washington, 151 pp.
Ricciardi, G.P., De Lucia, M. and Russo, M. (2006). Vesuvio 1906. Cronaca di un’ eruzione. DVD, INGV Osservatorio Vesuviano, Emeroteca – Biblioteca Tucci.
Ricciardi G.P. (2009). Diario del Monte Vesuvio. Venti secoli di immagini e cronache di un vulcano nella città. ESA – Edizioni Scientifiche e Artistiche, 896 pp.